

74. La guerra contro l'Etiopia: mobilitazione e propaganda.

Da: E. Ragionieri, La storia politica e sociale, in Storia
d'Italia - Dall'unit ad oggi, quarto, Einaudi, Torino, 1976.

La conquista dell'Etiopia rappresentava un obiettivo
particolarmente rilevante per il regime fascista. Essa infatti,
come fa notare nel seguente passo Ernesto Ragionieri, fu preceduta
da un'accurata preparazione militare e diplomatica e sostenuta da
un'intensa opera di propaganda all'interno e all'estero. Lo
storico italiano ripercorre quindi le varie tappe della lunga
fase d'incubazione, a partire dalla prima ideazione, che egli fa
risalire al 1932, l'anno nel quale il regime fascista matur
tutte le sue scelte principali sia nella ristrutturazione
dell'economia, sia nella riorganizzazione del regime reazionario
di massa, evidenziando come le ambizioni imperialistiche italiane
fossero favorite dalla sostanziale acquiescenza di Francia e
Inghilterra.


Indirizzata contro l'unico Stato effettivamente sovrano del
continente africano, l'aggressione italiana all'Etiopia fu
l'ultima guerra di conquista coloniale, e come tale provoc
ripercussioni politiche e intellettuali corrispondenti al grado di
maturazione ormai raggiunto dalla coscienza nazionale dei popoli
oppressi d'Africa e d'Asia. Al tempo stesso, per, per
l'interdipendenza necessariamente operante tra tutti gli elementi
dell'economia e della politica mondiale sia delle aree
metropolitane, sia delle aree periferiche, in particolare dopo la
rivoluzione d'Ottobre, essa era destinata a provocare la pi
repentina dislocazione di forze che avrebbe caratterizzato la
seconda guerra mondiale rispetto alla prima. Coefficiente non
indifferente per la preparazione e per lo svolgimento dell'impresa
fu per la natura stessa del regime fascista, che in quella guerra
sembr celebrare il suo trionfo e scoprire la sua vocazione
imperiale: se infatti, esso batt piste gi seguite in tempi
precedenti dall'imperialismo italiano, con una giustificazione
ideologica che ripeteva i vecchi motivi del posto al sole per la
nazione proletaria [vedi il discorso di Mussolini riportato
nella lettura 67], ci avveniva tuttavia con uno spiegamento di
forze militari fino ad allora mai conosciuto da nessuna guerra
coloniale, con una sostanziale noncuranza per le conseguenze della
guerra sui rapporti internazionali e con una piena mobilitazione
di tutte le energie interne e di tutta la forza del regime, quale
non sarebbe stata raggiunta neppure durante la ben pi impegnativa
prova del secondo conflitto mondiale.
La ricostruzione dettagliata della preparazione dell'impresa
mostra con evidenza come essa rientrasse all'interno di un quadro
determinato dalle ripercussioni della crisi mondiale sull'economia
italiana. Non a caso la sua prima ideazione pu farsi risalire al
1932, l'anno nel quale il regime fascista matur tutte le sue
scelte principali sia nella ristrutturazione dell'economia, sia
nella riorganizzazione del regime reazionario di massa. In
quell'anno non si and oltre i piani militari e le memorie di
carattere diplomatico che confermavano nell'Etiopia l'unico
territorio appetibile alla conquista italiana e che prefiguravano
i termini dell'azione politica volta a favorirne l'acquisto; ma
sar significativo che nel 1935 ci si rifacesse a questi
precedenti. La decisione definitiva fu presa tuttavia il 30
dicembre 1934, quando si profilava ormai la conclusione
dell'accordo con la Francia, da sempre giudicato conditio sine qua
non [espressione latina per indicare una condizione senza la quale
non  possibile raggiungere un certo obiettivo, o, pi
genericamente, indispensabile] per la realizzazione di un'impresa
che comportava un grosso impegno militare al quale il regime non
avrebbe potuto far fronte senza avere le spalle coperte in Europa.
Circa la portata reale di questo accordo, le versioni sono, com'
noto, contrastanti. La lettera del patto si limitava a sancire la
provvisoria composizione di vertenze specifiche e di una pi
generale ostilit che opponevano da decenni l'Italia e la Francia
in Europa e in Africa. Quanto all'Africa orientale, vi si
riconoscevano i preponderanti interessi economici dell'Italia,
senza peraltro alcun accenno di carattere politico-territoriale.
Di una penetrazione non soltanto economica dell'Italia in Etiopia
si parl per, con ogni probabilit, nei colloqui tra Mussolini e
Laval [Pierre Laval, presidente del consiglio in Francia nel 1935-
'36] per la stipulazione dell'accordo (Roma, 6-7 gennaio, 1935).
Nella differente versione dei due protagonisti, quella di
Mussolini, che dette per scontata una tacita intesa, e quella di
Laval, che neg di essere andato oltre i termini dell'accordo, la
prima sembra pi verosimile della seconda. Gi da anni l' homo
novus [uomo nuovo, espressione latina qui usata per qualificare
Pierre Laval come personalit emergente nel quadro politico
francese] della destra francese secondava il gioco propagandistico
del fascismo italiano in Francia e soffiava sul fuoco delle
aspirazioni coloniali italiane. [...] E' pi che probabile,
perci, che egli vedesse nell'incoraggiamento delle ambizioni
coloniali dell'Italia fascista l'acquisizione di un alleato
prezioso per il contenimento della Germania e pi in generale per
la conservazione alla Francia della leadership continentale. E'
certo, comunque, che a partire da questo momento si
intensificarono i preparativi dell'impresa col preciso obiettivo
della conquista e dell'annessione totale dell'Etiopia [...].
La nomina di De Bono [Emilio De Bono, generale, protagonista
dell'ascesa del fascismo fin dall'inizio, ministro delle colonie
dal 1929 al 1935] ad alto commissario per l'Africa Orientale, nel
gennaio 1935, con un preciso mandato di preparazione alla guerra,
coronava la decisione di risolvere la questione etiopica con la
forza.
Simultaneamente alle decisioni politiche e militari, il regime
iniziava la preparazione dell'impresa anche sul piano della
mobilitazione interna e della propaganda internazionale. Ripetendo
la tecnica dell'aggressione giapponese alla Cina e anticipando
quella della Germania alla Polonia, la propaganda fascista prese
l'avvio da una delle ricorrenti scaramucce di frontiera,
intervenuta presso i pozzi di Ual-Ual (6-7 dicembre 1934), per
inscenare una campagna giornalistica in Italia e all'estero che
raggiunse man mano toni parossistici. Fuori d'Italia si sottoline
soprattutto il carattere barbarico della societ e del governo
etiopici, sostenendo anche l'indegnit che esso facesse parte
della Societ delle Nazioni, mentre all'interno si faceva vibrare
prevalentemente la corda nazionalistica, sia sotto il profilo
della necessit di vendicare l'onta di Adua [citt dell'Etiopia
presso la quale, nel 1896, un corpo di spedizione italiano sub
una disastrosa sconfitta ad opera delle truppe etiopiche], sia dal
punto di vista della missione civilizzatrice che l'Italia era
destinata ad assolvere in Etiopia apportandovi la vera croce di
Cristo, abolendo la schiavit e dando al tempo stesso terra e
lavoro ai contadini italiani. Quando si vuole comprendere il
rilievo e gli effetti che questa campagna riusc a conseguire,
occorre tener conto che il regime la orchestr mediante
l'utilizzazione sempre pi intensa degli strumenti gi da esso
preposti alla direzione e al controllo dell'opinione pubblica, al
punto che nel giugno 1935 trasform il sottosegretariato per la
stampa e la propaganda in ministero, mantenendo alla sua direzione
un astro nascente della gerarchia fascista, il genero del duce,
Galeazzo Ciano. Rispetto alle due precedenti imprese coloniali
italiane, la guerra d'Etiopia del 1935 pot vantare una
preparazione politica, militare e psicologica assai pi accurata,
nella quale l'organizzazione del consenso diveniva un problema
essenziale e investiva in primo luogo, oltre che le classi
dominanti nella loro totalit, le stesse masse popolari.
La lunga fase d'incubazione dell'aggressione all'Etiopia aveva il
suo corrispettivo nella palese volont italiana di scatenarla e,
quindi, nella consapevolezza universale del suo approssimarsi.
Trattandosi di uno Stato che faceva parte della Societ delle
Nazioni, non  da stupire se a Ginevra, nel corso del 1935,
praticamente non si discusse d'altro che dell'imminente guerra
dell'Italia contro l'Etiopia e dei tentativi per evitarla. Se
questi non sortirono alcun effetto, ci non fu dovuto soltanto al
sabotaggio duttilmente e abilmente condotto dalla delegazione
italiana. Risolutivo fu piuttosto l'atteggiamento della Francia e
dell'Inghilterra. Le due maggiori potenze societarie non seppero
trarre le dovute conseguenze dalla loro proclamata volont di
difendere la Societ delle Nazioni quale organo capace di regolare
i contrasti e i rapporti tra gli Stati. Mentre infatti si opposero
a tutte le proposte avanzate da Litvinov [Maksim Maksimovic
Litvinov, ministro degli esteri sovietico dal 1930 al 1939], il
rappresentante sovietico che sosteneva con particolare calore la
politica della sicurezza collettiva verso la quale il suo paese si
era orientato dopo l'ascesa al potere di Hitler in Germania, non
trovarono neppure una strada per intervenire come singole potenze
a scoraggiare con la dovuta energia le pretese italiane. Agli
antifascisti italiani sembr che in tale atteggiamento il calcolo,
se non addirittura la complicit, avesse la prevalenza. Alcuni
storici sono oggi propensi a scorgere anche altri motivi di questo
comportamento: il desiderio di scongiurare una guerra europea per
la quale n la Francia n l'Inghilterra si ritenevano pronte; il
desiderio di venire incontro, esaudendole in terra d'Africa, alle
rivendicazioni di Mussolini.
